
Dieselgate, il caso non è chiuso: la Cassazione tedesca riapre le cause contro Volkswagen e a Londra parte un maxi-processo
Sembrava che quello del dieselgate fosse un capitolo chiuso nella storia dell’automotive, destinato a non riaprirsi più. E invece, dieci anni dopo lo scoppio dello scandalo, il fantasma del dieselgate torna a far tremare le case automobilistiche (e anche gli automobilisti).
Nelle ultime settimane, due vicende hanno riportato a galla tutto quello che negli anni era stato ripulito da accordi, risarcimenti e ricostruzione d’immagine. Da una parte la storica sentenza della Corte Federale di Giustizia tedesca, che ha annullato la delibera dell’assemblea generale del 2021. Dall’altra, il maxi-processo al via a Londra che vede ben 5 case automobilistiche (Renault, Peugeot-Citroën, Mercedes, Nissan e Ford) e oltre un milione e mezzo di automobilisti coinvolti.
Alle origini dello scandalo
È il settembre del 2015 quando una ricerca dell’ICCT (International Council on Clean Transportation) porta alla luce una verità destinata a scuotere l’intera industria automobilistica: milioni di motori diesel TDI del gruppo Volkswagen erano dotati di un software in grado di riconoscere quando l’auto era sottoposta ai test sulle emissioni, riducendo artificialmente i gas di scarico per rientrare nei limiti di legge. In condizioni di guida normali, però, quel sistema restava inattivo, e le emissioni di NOx (ossidi di azoto) reali risultavano fino a 40 volte superiori rispetto ai valori previsti dalla legge (e da quelli dichiarati in omologazione).
Lo scopo? Superare i controlli senza compromettere consumi e prestazioni. Un meccanismo studiato a tavolino per accontentare tutti – la legge, il mercato e gli automobilisti – tradendo però la fiducia di entrambi e, soprattutto, dell’ambiente. È anche in questo contesto che si inserisce la discussione sull’AdBlue Volkswagen, il sistema sviluppato per ridurre le emissioni dei motori diesel più moderni, ma che dopo lo scandalo è diventato simbolo di un approccio controverso alla gestione dell’inquinamento.
Il risultato fu catastrofico: 11 milioni di veicoli coinvolti, un danno d’immagine senza precedenti e un’ondata di procedimenti legali (costati oltre 30 miliardi al gruppo tedesco, tra multe e cause) che travolsero Volkswagen come uno tsunami. Tutto ciò senza contare le borse in picchiata, i vertici costretti alle dimissioni e una fiducia pubblica crollata da un giorno all’altro.
La Cassazione tedesca riapre il caso Volkswagen
Il punto di svolta è arrivato da Karlsruhe, dove la Corte Federale di Giustizia tedesca (Bundesgerichtshof) ha annullato l’approvazione dell’accordo transattivo siglato nel 2021 con l’ex CEO, Martin Winterkorn, e l’ex membro del board ed ex capo di Audi, Rupert Stadler, per mancanza di trasparenza.
La delibera annullata prevedeva, infatti, che Winterkorn versasse 11,2 milioni di euro, affiancato da 4,1 milioni da parte Stadler, mentre 270 milioni sarebbero stati coperti dalle compagnie assicurative. L’accordo mirava a definire le responsabilità personali dei due dirigenti e a contribuire alla copertura dei 33 miliardi di euro complessivamente riconosciuti come “danno” al gruppo di Wolfsburg per lo scandalo Dieselgate.
Le associazioni degli azionisti, giudicando quelle somme irrisorie rispetto ai miliardi di danni causati dallo scandalo, hanno portato il caso in tribunale. Dopo diversi ricorsi respinti, hanno ottenuto ragione davanti alla Corte Suprema tedesca, che ha riconosciuto una mancanza di trasparenza: secondo i giudici, gli azionisti non disponevano di informazioni sufficienti sulla reale situazione finanziaria ed il reale patrimonio degli ex dirigenti, e quindi non potevano approvare consapevolmente gli accordi di responsabilità.
Cosa succede ora?
Il caso torna in Corte d’Appello, chiamata a riesaminare i ricorsi delle associazioni di azionisti.
In una nota ufficiale, Volkswagen ha ribadito che le motivazioni alla base dell’accordo “restano valide” e che l’obiettivo del gruppo è “raggiungere nuovamente lo stesso risultato”. In sostanza, l’azienda punta a definire una nuova cornice legale che permetta di chiudere le azioni di responsabilità senza riaprire lunghi contenziosi o mettere in discussione gli equilibri interni raggiunti.
Il nodo cruciale però è un altro: cosa ne sarà dei risarcimenti e delle compensazioni già approvate nel 2021? Con l’annullamento della delibera, infatti, l’intero piano economico costruito nel 2021 rischia di essere rimesso in discussione punto per punto, dagli importi destinati agli ex dirigenti alle coperture assicurative, fino alle somme riconosciute agli azionisti. In pratica, tutto potrebbe dover essere rinegoziato.
A Londra, un maxi processo contro l’intero settore
Mentre in Germania si riaccende la battaglia legale con Volkswagen, a Londra è iniziato un processo di dimensioni senza precedenti.
Davanti all’High Court si sono costituiti oltre 1,5 milioni di automobilisti britannici che accusano più case automobilistiche, tra cui Volkswagen, Mercedes-Benz, Ford, Nissan, Renault e Citroën/Peugeot, di aver utilizzato software o strategie simili ai defeat devices – gli stessi che nel 2015 diedero vita al dieselgate – per falsare i dati delle emissioni.
Le prime udienze, tenute a ottobre, segnano l’avvio del più grande contenzioso ambientale mai portato davanti ai giudici del Regno Unito.
Secondo i legali dei ricorrenti, i dispositivi sui veicoli erano programmati per riconoscere le condizioni dei test ufficiali e ridurre temporaneamente i NOx, mentre su strada tornavano a livelli ben più alti. Si parla addirittura di un “un inganno industriale sistemico”.
I costruttori, però, respingono le accuse, sostenendo che si basano su presupposti errati e non hanno nulla a che vedere con il Dieselgate del 2015.
Entro la fine dell’anno, la Corte dovrà stabilire se i cinque costruttori imputati abbiano effettivamente utilizzato dispositivi illegali per alterare i dati sulle emissioni. Solo dopo questa fase, prevista tra fine 2025 e l’inizio del 2026, si apriranno i procedimenti dedicati agli eventuali risarcimenti, che potrebbero protrarsi fino alla prima metà del 2026.
Le conseguenze dello scandalo
Le ricadute di questo processo potrebbero essere pesantissime. Se la Corte dovesse riconoscere la responsabilità dei costruttori, le richieste di risarcimento collettive – stimate in oltre 6 miliardi di sterline – aprirebbero un fronte economico e reputazionale enorme per l’intero settore.
Per le case automobilistiche coinvolte, non si tratterebbe solo di un danno finanziario: il rischio più grande è quello di una nuova crisi di fiducia nei confronti del diesel e, più in generale, dell’industria automobilistica europea.
E il processo di Londra potrebbe non essere che l’inizio. Altri costruttori, tra cui Opel/Vauxhall, Volkswagen, BMW, Jaguar Land Rover, Hyundai/Kia e Toyota, risultano già coinvolti in procedimenti simili o potrebbero diventarlo qualora la sentenza britannica facesse giurisprudenza.
In tal caso, l’effetto domino sarebbe inevitabile: nuove azioni collettive in diversi Paesi europei, ulteriori richieste di risarcimento e un’ulteriore perdita di credibilità per un settore che, a dieci anni dallo scandalo originario, non sembra ancora essersi liberato del peso del Dieselgate.
Cosa impariamo dal Dieselgate, 10 anni dopo
Da queste due vicende – e in particolare da quella londinese, dove sono stati gli stessi automobilisti a portare in tribunale i produttori – emerge con forza una certezza: gli automobilisti non sono più disposti a farsi ingannare. Se il Dieselgate ha lasciato un’eredità, infatti, è quella di una nuova consapevolezza collettiva. È finita l’epoca dell’inganno tecnologico e dei software “emulatori”: oggi chi guida un diesel pretende trasparenza, prestazioni reali e un impatto ambientale minimo.
Gli automobilisti sono più informati, più attenti, e chiedono che le loro auto contribuiscano davvero a ridurre le emissioni, non a mascherarle.
La lezione del Dieselgate è servita a tutti: non solo alle case automobilistiche, ma anche a un’intera società che ha imparato a guardare con più lucidità alla sostenibilità. Un’intera società che, da scettica, oggi riconosce il valore di ciò che prima guardava con diffidenza. L’additivo AdBlue ne è la prova più evidente: quando venne introdotto, molti lo giudicarono solo un espediente tecnico, un inutile fastidio in più per chi guidava un diesel. Oggi, invece, è diventato una parte fondamentale del cambiamento, la garanzia che un motore diesel possa davvero essere compatibile con un mondo più pulito.
L’AdBlue non è più quindi una semplice tecnologia, ma un simbolo di responsabilità collettiva, la prova che anche la mobilità può evolversi verso un equilibrio tra necessità quotidiana e rispetto ambientale.